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Il mezzo è il messaggio. Anche l’ambito creativo ci chiede sempre più spesso di attualizzare il pensiero di Marshall Mc Luhan, trovandoci a convivere con la deriva sociologica di certa critica che tende a proporre l’espressione artistica come un anello della comunicazione. Dove il messaggio, l’elemento concettuale, il “significato” della linguistica saussuriana, diventa l’oggetto dell’opera, portandola su un terreno indistinto dove l’imperante relativismo ne fa letteratura. Prevaricando, o in tali casi annullando il mezzo, l’elemento formale, il significante. No, l’arte non è comunicazione. E il luogo della creazione rimane il mezzo, il medium, il “manufatto” artistico che porta sì un messaggio, ma sulle corde dell’evocazione, della suggestione.

Il mezzo. Spazio, linea, luce. Questa personale segna un punto nodale nella ricerca di Riccardo Murelli, quando gli stimoli immutabili che egli va a ricercare nella storia dell’arte italiana e universale giungono a una virtuosa sublimazione. Quando riesce a reclutarli criticamente in questi lavori che - in declinazioni diverse - superano la fisicità presentandosi come tormentate mappature esistenziali. Volumi dove l’elemento architettonico si fonde con quello scultoreo, con le linee di forza inscritte nel parallelepipedo, paradigma del limite umano, che diventano l’anima di dinamiche che costruiscono nuovi spazi fra ordine e caos. Dove le sensazioni primarie lasciano il campo ad una riflessione composita, le tensioni dinamiche si scontrano con i limiti dell’opera d’arte, o forse i limiti dell’arte… Dove l’apparente illusoria certezza delle forme - acciaio, per le sculture - si dissolve nelle trasparenze che introducono l’effimero, l’imprevisto, l’umano. Alzi gli occhi alle “Plastiche” - lamine di PVC, in trasparenza -, e senti che tutto questo è anche molto lirico, senti che Kandinsky ha fatto grandi cose, senti che questa è la storia dell’uomo…

Massimo Mattioli